IL METODO CASIRAGHI-JONES

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La pronuncia guidata

La traduzione parola per parola
 
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Come studiare con English4Life

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Intervista ai creatori del Metodo
Casiraghi-Jones
Il Metodo Casiraghi-Jones si applica
esclusivamente allo studio dell'inglese?
No davvero. Si tratta di un metodo applicabile allo studio di tutte le
lingue.
Qual è la caratteristica principale del metodo?
Più che di un metodo si tratta di un multimetodo. Noi riconosciamo che
ogni persona che impara è diversa e che ha il diritto di scegliere fra
una molteplicità di sistemi 0di insegnamento selezionando quello o
quelli che fanno più al caso suo. Caso mai, l'originalità sta nel fatto
che il nostro metodo tende a rivalutare dei sistemi di apprendimento che
lo sviluppo dell'industria educazionale ha completamente dimenticato. E
questo riguarda soprattutto lo studio della lingua inglese dove si è
imposto il sistema aberrante di imparare la lingua inglese solo con
l'ausilio della lingua inglese, senza cioè alcun ricorso al supporto
della lingua madre dell'allievo, il che risulta comodo soprattutto per
gli editori di lingua inglese che senza fare la fatica di localizzare i
loro prodotti sono in grado di vendere uno stesso libro di testo o
metodo in tutto il mondo. Se poi chi impara l'inglese è obbligato a fare
una fatica sovrumana per capire o diventa insegnante-dipendente in
quanto non ha uno straccio di traduzione italiana che possa aiutarlo a
capire autonomamente, tanto peggio per lui.
Dunque il Metodo Casiraghi-Jones si colloca in
opposizione ai sistemi già esistenti?
Assolutamente no. Siamo in opposizione al fatto che i metodi esistenti
diventino totalizzanti e pretendano di rappresentare l'unica risposta ai
bisogni di chi vuole imparare le lingue. Siamo in opposizione al fatto
che si ingessino costantemente le mille possibilità di imparare una
lingua riducendola a seguire un libro di testo scritto esclusivamente in
inglese. Ci va bene il metodo dell'insegnare una lingua con la lingua o
il crash course più estremo perché riteniamo che ci siano effettivamente
dei casi in cui quelli sono i metodi più efficaci e, comunque,
rispettiamo sia la libertà di impresa che la libertà di chi studia di
scegliere le strutture educative che vuole. Ma siamo convinti che per la
maggioranza di chi vuole imparare, il Metodo Casiraghi-Jones rappresenti
sicuramente una risposta più umana ed efficace.
Ma, dunque, concretamente...?
In concreto, il Metodo Casiraghi-Jones presenta sia una parte
teorica che una parte pratica. La parte pratica è la rivista Daisy
Hamilton’s English4Life. La prima cosa che si nota è la scelta dei
materiali educativi. Invece di articoli di taglio giornalistico o
culturale, ci buttiamo su quella che sembrerebbe "letteratura minore",
ovvero fumetti e fotoromanzi. Per noi non è letteratura "minore" anzi
forse non è neppure letteratura o arte. Ma è lingua parlata. Questa è la
cosa importante. Analizzando la realtà italiana si scopre che anche chi
sa l'inglese abbastanza bene non conosce per niente l'inglese parlato.
Come se imparare una lingua fosse sempre e solamente imparare una lingua
scritta.
Noi diciamo invece che chi impara l'inglese deve porsi come obiettivo
quello di imparare l'inglese parlato che è "la madre di tutti gli
apprendimenti linguistici" per così dire, perché è la lingua con cui si
comunicano le emozioni e i sentimenti.
In questo senso, English4Life sarà una sorpresa per molti che pensano di
sapere l'inglese e che si renderanno ben presto conto di non essere in
grado di capire delle cose che per un inglese sono di livello
assolutamente elementare ma che, da noi, non si insegnano neppure nei
corsi di livello universitario.
Ma non è sbagliato partire dallo slang?
Attenzione. Qui non stiamo affatto parlando di slang. Qui
stiamo parlando del modo di parlare abituale di tutti gli inglesi, di
ciò che rappresenta il bagaglio linguistico ed espressivo comune a tutti
i cittadini anglosassoni. Il linguaggio parlato non c'entra niente con
lo slang. Se io in italiano dico: "Questa è una bufala!" oppure "Io non
ci sto!" oppure "Ti andrebbe un gelato?", questo non è slang ma
normalissimo modo di parlare comune a tutti i cittadini italiani. Lo
slang, invece, è un linguaggio o, più spesso, un gruppo di termini che
circola solo entro gruppi limitati della popolazione, che so, i liceali,
gli informatici, i criminali... La confusione fra slang e linguaggio
parlato ostacola la corretta percezione che il linguaggio parlato deve
rappresentare l'obiettivo numero uno dell'insegnamento linguistico.
Come mai questa insistenza sull'Inghilterra? E
gli Stati Uniti dove li lasciamo?
Anche qui non possiamo non notare una sorta di schizofrenia che permea
la società italiana. Da un lato l'insegnamento scolastico ufficiale è
interamente basato sulla lingua inglese come la si parla in Inghilterra.
Dall'altro però l'Italia è dominata culturalmente dagli Stati Uniti
attraverso film, TV, letteratura, i computer e Internet. Il risultato è
che lo studente italiano impara l'inglese in modo ibrido: pronuncia
alcune parole, che ha imparato a scuola, secondo la norma britannica, e
altre, che ha imparato strada facendo, secondo la norma americana. La
stessa cosa riguarda il lessico, con continue confusioni e incertezze,
in quanto gli standard di riferimento finiscono per essere due:
l'inglese parlato in Inghilterra e quello parlato in America.
Ora, secondo noi, bisogna uscire dall'indecisione e riconoscere che
esistono due lingue distinte: l'inglese e l'americano. A questo punto
spetta all'utente scegliere quale delle due vuole imparare. O, in
alternativa, se le vuole imparare entrambe, pagando ovviamente lo scotto
di questa lodevole ambizione sotto forma di maggior tempo e fatica da
dedicare all'impresa.
Ma voi, per la vostra rivista che tipo di
inglese avete scelto?
Noi proponiamo univocamente l'inglese britannico e infatti scegliamo
materiali e riferimenti culturali inglesi pressoché al 100%.
Successivamente usciremo con un'altra rivista interamente dedicata
all'inglese americano, dove ovviamente i materiali e i riferimenti
saranno quasi esclusivamente americani.
Tornando alla rivista, siamo rimasti molto
colpiti dall'idea della doppia traduzione. Ce la potete spiegare?
Uno dei principi teorici del nostro metodo è che si deve minimizzare la
frustrazione nell'apprendimento. Imparare una lingua è una cosa lunga e
complessa e non è giusto renderla ancora più lunga e complessa creando
ad arte - o involontariamente - degli ostacoli. Alla ricerca di un
termine per stigmatizzare questo comportamento pro-frustrazione tipico
di una certa impostazione scolastica, ci è venuta in mente l'espressione
"diniego di traduzione".
Cosa significa “diniego di traduzione”? Sembra
una cosa brutta...
Negare la traduzione quando si presenta un testo inglese, ovvero darla
solo in percentuali minime (l'uno per cento delle parole) o magari darla
ma solo alla pagina successiva in modo da renderne scomoda la
consultazione sono altrettanti esempi di un atteggiamento produttivo di
frustrazione in chi deve imparare. Ed in particolare di quella terribile
frustrazione che consegue al fatto di non capire subito. Questa
frustrazione è il nemico numero uno di chi sta imparando e dovrebbe
essere bandita per sempre da ogni contesto educativo. Per tornare alla
nostra rivista, la cosa che farà sensazione sarà sicuramente la
disponibilità della traduzione integrale di tutti i materiali presentati
in lingua italiana. Addirittura, la traduzione è sempre duplice: da un
lato quella in buon italiano e dall'altro quella letterale, che permette
di capire fino in fondo le differenze tra la lingua madre di chi impara,
nel nostro caso l'italiano, e la lingua da imparare, in questo caso
l'inglese.
Avete anche coniato il concetto di metodo
differenziale...
Sì, parliamo di metodo differenziale, di traduzione differenziale, di
sensibilità differenziale e anche di dizionario differenziale. Prendiamo
la lingua inglese. Se io sono giapponese o se sono italiano, le
difficoltà nell'impararla saranno diverse. Quelle che infatti si fa
fatica ad imparare sono le differenze tra la lingua di partenza e la
lingua di arrivo. Differenze massime nel caso del giapponese (che non a
caso sono dei parlatori di inglese ben peggiori degli italiani),
differenze minori nel caso dell'italiano.
Queste differenze esistono a qualsiasi livello linguistico ma spesso non
ce ne rendiamo conto e non diventano mai parte del nostro patrimonio
linguistico. Se io dico in italiano "ho fame", in inglese devo dire
invece "io sono affamato". La mancanza di attenzione verso la
differenzialità tra le lingue fa sì che gli italiani, per esempio,
parlino una sorta di inglese tradotto dall'italiano in modo meccanico
anziché adottare le espressioni che un inglese vero userebbe nello
stesso contesto. Questo perché nessuno li ha mai resi consapevoli della
differenzialità fra le lingue.
La doppia traduzione, come l'abbiamo implementata in English4Life
sensibilizza appunto chi impara a riconoscere e studiare le differenze
con cui la lingua italiana e la lingua inglese esprimono uno stesso
concetto. In altre parole: chi studia una lingua pensa di solito che
tutto sia uguale e che ci siano, poi, anche alcune diversità. La realtà
invece è che tutto è diverso e che, poi, ci sono anche alcune cose
uguali!
Ma l'accento su tutta questa diversità non può
finire per scoraggiare chi studia?
Chi sta studiando una lingua, per questo stesso fatto, è già abituato a
incontrare lo scoraggiamento e la frustrazione, e il Metodo
Casiraghi-Jones non c'entra per niente. La ragione della frustrazione è
evidente.
Chi ha deciso di imparare una lingua, vorrebbe ovviamente acquisirla nel
tempo più veloce possibile ma, con le lingue, nessuno è mai in grado di
sapere né quanto tempo ci vorrà né tantomeno di individuare delle tappe
intermedie precise, che permetterebbero di dire: "Ok, sono a metà
strada", "Ok, mi manca ancora questo o quest'altro e poi avrò finito.".
Questo aspetto dello studio delle lingue non viene mai affrontato perché
l'industria dell'insegnamento ne è terrorizzata. Ma per il Metodo
Casiraghi-Jones è fin troppo ovvio che quando si insegna una lingua ci
si debba occupare anche di questi aspetti psicologici perché sono
assolutamente essenziali. Un metodo che non tenga conto delle difficoltà
reali di chi impara è votato alla sconfitta o all'insincerità.
Chi studia, come chi lavora, ha diritto a sapere esattamente che cosa lo
aspetta quando inizia una determinata attività. Deve poter fare i propri
piani esistenziali ma anche i propri piani economici, sapere che cosa
dovrà spendere e sapere anche quale potrà essere il ritorno di questo
investimento.
E che ritorno c'è secondo voi dall'insegnamento
di una lingua?
Per noi è chiaro che il ritorno c'è sempre: imparare un'altra lingua è,
fra tutte le esperienze umane, una delle più belle e positive. È un
arricchimento della propria persona, un avvicinamento all'altro e al
diverso e, in più, una carta fondamentale per migliorare le proprie
condizioni di lavoro e per occupare posizioni di maggiore
responsabilità. Dunque, motivi per imparare le lingue a dovere ce ne
sono a bizzeffe. E non è il caso di creare una pseudo-motivazione con i
falsi argomenti del "è facile", "in pochi mesi parlerai inglese"
eccetera. Una volta che qualcuno ha deciso di imparare l'inglese, le
uniche questioni che contano sono come arrivare alla meta nel modo più
facile, più divertente, più efficace e meno dispendioso in termini
economici. Se questo poi comporta tre mesi di studio o dieci anni,
dipenderà da molti fattori...
Quali?
Non stiamo facendo un discorso scientifico. Diciamo che al primo posto
sta sicuramente la motivazione, quella molla interiore che ti mette al
riparo dalla frustrazione e dalle inevitabili fatiche dello studio di
una lingua.
Be', la motivazione uno non se la può dare...
Secondo noi non è così. La motivazione è un elemento che si può
benissimo coltivare anche se i sistemi prevalenti non brillano certo per
aver dato alla motivazione il posto centrale che le spetta nello studio
delle lingue. Creando più motivazione, saremo in grado di ridurre del
50% le difficoltà e il tempo di apprendimento di una lingua!
Oltre alla motivazione, quali altri fattori
sono rilevanti?
Innanzitutto va citata l'esperienza linguistica precedente ossia se si
sono già studiate altre lingue o l'inglese stesso oppure se si parte da
zero, in modo ingenuo e senza avere la minima idea di cosa significhi
apprendere una lingua. Conoscere già qualcosa di inglese è di solito un
bene, anche se non va sottovalutato il rischio di aver acquisito delle
cattive abitudini linguistiche (per esempio, una cattiva pronuncia): in
questo caso, ci sarà allora la difficoltà supplementare di dover anche
sradicare queste cattive abitudini.
Al terzo posto troviamo un fattore personale che si esprime nella
differenza tra chi impara una parola dopo averla letta una sola volta e
chi la impara dopo averla letta cinque o dieci volte. Fondamentali sono
poi le risorse di studio disponibili in termini sia qualitativi che
quantitativi (vocabolari, metodi, libri, riviste, CD-Rom, Internet, TV
satellitare, televideo, corsi, scuole) e la disponibilità o meno di
risorse finanziarie che ci permettano di scegliere liberamente le
migliori risorse a prescindere dal loro costo (caso che ovviamente
riguarderà una minoranza fortunata). Ma sopra tutto, ed è il fattore più
banale, ma anche più sovente trascurato, dobbiamo parlare dell'elemento
tempo. Il successo nello studio di una lingua è infatti quasi sempre
direttamente proporzionale al numero di ore di studio o di esposizione
alla lingua.
L'esposizione alla lingua è per il Metodo
Casiraghi-Jones un concetto centrale...
Certo. È uno dei nostri concetti fondanti. L'idea è che chi impara una
lingua, nel nostro caso l'inglese, dovrebbe cominciare un gioco di
simulazione in cui tutto il suo normale ambiente italiano viene
gradualmente esposto alla lingua inglese. Come? Acquistando il Times
invece di un quotidiano italiano, guardando Sky News piuttosto che Rai
1, ascoltando alla radio BBC1 piuttosto che un’emittente locale,
vedendosi i film in DVD in versione originale anziché la videocassetta
in italiano, scrivendo a un pen-pal o chattando con coetanei su un sito
internet inglese anziché su un sito italiano. Esporsi alla lingua
significa approfittare di ogni momento e di ogni occasione per cercare
di stare in contatto con la lingua che si vuole imparare.
L'esposizione alla lingua è un concetto fondamentale anche da un altro
punto di vista: esprime infatti il convincimento che esponendosi alla
lingua in modo ripetuto e con gli opportuni strumenti di supporto (come
le traduzioni) sia possibile imparare la lingua stessa più rapidamente e
quasi azzerando la fatica. Questa è la vera scommessa per noi: creare un
metodo di insegnamento linguistico che comporti frustrazione zero e
fatica zero. Per la rivista English4Live abbiamo creato appositamente un
metodo di rilettura passiva che permette di sperimentare i benefici
dell'esposizione ripetuta alla lingua.
Sì, consigliate addirittura di rileggere ogni
pagina della rivista ben cinque volte. Ma che tecnica di lettura è? Ce
lo potete spiegare?
È una tecnica di lettura passiva (=esposizione alla lingua) in cui si
legge prima la traduzione italiana di un testo e poi l'originale inglese
badando solo a capire quale parola corrisponde a quale, senza alcun
sforzo di ritenzione mnemonica. Dopo aver letto la prima volta il testo
in questo modo, si barra la casella inserita sulla pagina in
corrispondenza del numero uno e si passa ad un altro testo. Una volta
terminati tutti i testi della rivista, avendo sempre cura di barrare la
casella numero uno, si può ritornare ai testi già letti in precedenza
per una seconda lettura (e questa volta si barrerà la casella numero
due) e così via fino alla quinta lettura. A questo punto si può
procedere a leggere il testo nell'originale inglese scoprendo, con tutta
probabilità, che non si ha più alcuna difficoltà a capirlo. È chiaro che
è una tecnica da consigliare soprattutto a chi inizia... ma permette di
ottenere dei risultati stupefacenti per velocità ed efficacia.
Una tecnica in cui è applicato proprio il
concetto di esposizione alla lingua...
Certo. E data l'importanza di questo concetto, consentiteci di spiegarlo
ancora una volta ma in termini ancora più pratici. Un esempio: la prima
volta che gli italiani hanno sentito le parole squatter o la parola
inciucio, probabilmente non sono riusciti a memorizzarle. A furia di
sentirle ripetere, però, ci sono entrate in testa: qualcuno di noi le
avrà memorizzate già a partire dalla seconda volta che le sentiva,
qualcun altro dalla terza o dalla quarta volta ma, alla fine, tutti noi
le abbiamo imparate. E attenzione, senza fare alcuna fatica, senza aver
mai dovuto dire a noi stessi: "Ora devo imparare il significato di
squatter e inciucio". La semplice esposizione ripetuta a queste parole
in tempi ed occasioni diverse ha automaticamente fatto sì che il nostro
cervello creasse un'associazione permanente tra queste parole e il loro
significato. Questo è il concetto centrale dell'apprendimento delle
lingue. A fronte del pregiudizio imperante secondo il quale "bisogna
essere predisposti allo studio delle lingue" bisogna far presente che
l'essere umano è congenitamente PREDISPOSTO alle lingue. Non esiste
essere umano che non sia predisposto allo studio delle lingue. La prova?
Il fatto che tutti noi, di lingue ne impariamo almeno una: la nostra
lingua madre. E la impariamo senza bisogno di regole o di grammatica in
virtù del fatto che il nostro cervello, essendo esposto alla lingua
ripetutamente e in contesti uguali, si mette automaticamente a costruire
pezzi di lingua, a registrare regole e regolarità, a ricreare nella
nostra mente la complessa architettura del linguaggio. Questa è la
grande e banale verità dello studio delle lingue.
Capire questo punto, significa aver già capito quasi tutto il metodo
Casiraghi-Jones. Perché il resto è solo una conseguenza. |